martedì 29 maggio 2012

Incontri memorabili - Hacker

I numeri parlano chiaro: i post sentimentali non li considera nessuno.
Ho provato ad aprire uno spiraglio sulla parte sentimentale di me e nessuno si è degnato di leggere il mio lacrimoso pippone mentale, mentre il tasso di gradimento per i casi sociologici continua a essere alto.
Va bene, il pubblico ha parlato. Ridurrò al minimo le sviolinate e mi sputtanerò al massimo sul fronte sessualità e casi umani.

Frugando nell'archivio mentale nel quale ho ordinato tutte le uscite fallimentari fatte in passato, ho ripescato un perfetto esempio di incapacità di accettare un rifiuto.
Ci sono uomini (e donne) che proprio non sanno accettare un rifiuto. Gli uomini tendono a dare della puttana alla ragazza che li ha rifiutati. Le donne si riuniscono in una sorta di sabba nel quale dicono peste e corna sull'ottuso rappresentante del genere maschile che non ha compreso la loro immane bellezza e simpatia. Sia chiaro, se lui scompare dopo una scopata merita il pubblico linciaggio.
C'è poi chi decide di strafare e trova modi innovativi e memorabili per giocare alla volpe e l'uva.

Anni fa ero dedica a un gioco di ruolo online e lì ho conosciuto diverse persone (ecco, la mia scopamicizia con l'Avvocato arriva da lì), alcune sono rimaste solo dei nickname, con altre avevo (e ho) instaturato un buon rapporto di amicizia e si usciva spesso per bere e fare casino. Con alcuni c'è anche stata una frequentazione di tipo differente, un esempio è il metallaro con una passione per la Germania nazista.
Non ricordo come ho conosciuto Occhi Blu, ricordo solo che di lui mi ha colpito il dettaglio che ho deciso di usare come suo soprannome. Non era una gran bellezza, ma aveva questi occhi così belli da far passare in secondo piano il resto. Siamo usciti un paio di volte e abbiamo parlato, parlato e limonato senza impegno e senza apparenti imminenti secondi fini. Purtroppo sapevo che il secondo fine si sarebbe prima o poi palesato, ed effettivamente il mio timore si è avverato intorno alla terza uscita, quando mi ha chiesto se per l'uscita seguente sarebbe stato necessario portare "l'attrezzatura per il capitano". Orbene, dare un soprannome ai propri genitali la trovo una cosa simpatica e anche io ho battezzato la mia compagna di avventure, ma sentirselo sbandierare davanti dopo nemmeno una manciata di uscite, mi ha decisamente spiazzata. Con una tentennante e imbarazzata perifrasi gli ho fatto capire che non ci sarebbe stata trippa per gatti. Sul momento pareva averla presa in modo signorile, senza insulti o momenti imbarazzanti.
A casa ho trovato l'amara sorpresa.
Quando ho inserito i miei dati per accedere al gioco di ruolo, mi sono ritrovata davanti l'accesso negato. Qualcuno mi aveva rubato l'account e aveva buttato nel mio pc numerosi virus. L'antivirus ha rilevato perfito 5 attacchi hacker.
Come mi ha indotta a sospettare subito di lui? Il fatto che sin dalle prime chattate mi disse di avere l'hobby dell'hackeraggio.

La situazione si è risolta perchè ho (stranamente) mantenuto la calma, l'ho contattato fingendo di non sapere che fosse tutta opera sua e gli ho chiesto se era in grado di rimediare. Nel giro di poco sono tornata in possesso del mio account e di lui non ho più saputo nulla.
Tutto è bene quel che finisce bene.

Questo mi ha insegnato a uscire con persone dagli hobby almeno apparentemente innocui. Questo non mi ha però impedito di vivere altri emozionantissimi incontri memorabili.

venerdì 25 maggio 2012

La più lunga perifrasi

In tutti i corsi di giornalismo viene detto quasi subito (la prima cosa che ci si sente dire è "Sappiate che difficilmente troverete lavoro e, se lo troverete, guadagnerete una miseria") che alla gente interessano sostanzialmente 3 generi di notizie, quelle riguardanti le famose "3 S": Sangue, Soldi e Sesso.
Le statistiche del mio blog parlano chiaro, i post a sfondo sessuale sono quelli più letti. Io ci provo a postare interventi sui viaggi che ho avuto la fortuna di fare, frammenti di culture diverse dalla nostra e varie indicazioni utili, ma nulla attira l'interesse come un minchione di 27 anni che mi piscia sulle tende del bagno.
Non temete, ho manciate di aneddoti come questo, solo che non posso snocciolarli in fila. Li tengo tutti al caldo.
Siccome per il momento ho parlato di me solo in termini di fedifraga dedita ai casi umani e ai pensieri peccaminosi, questa volta voglio aprire uno spiraglio su una parte di me forse meno intrigante ma decisamente più profonda.
Su questo blog ho parlato solo di sfuggita del Giovane Werther, un ragazzo che ormai 3 anni fa (come passa il tempo) mi fece innamorare come mai mi era capitato e con lo stesso impeto mi spezzò il cuore. Con il senno di poi, arrivo a dire che probabilmente ero solo preda di una fortissima infatuazione dovuta alla sensazione di incertezza tipica di tutte quelle relazioni che si vivono sul ciglio di un burrone. Non mi pento e non rinnego nulla. Non gli confessai mai il mio amore perchè sapevo che mi sarei trovata davanti un enorme cartello con scritto "STOP" e uno di "Divieto di accesso", decisi però di lasciare sul vecchio blog, da lui puntualmente seguito, svariate righe di perifrasi (leggi: pippone mentale in salsa romanzesca) per dire due cortissime ma difficilissime parole. Ti amo.
Se non avete voglia di leggervi le seghe mentali di una ventenne - e vi anticipo che non ci sono scene di sesso - vi spoilero direttamente il finale. Lui ha letto il mio canto di dolore, abbiamo ripreso a frequentarci e dopo altri 6 mesi mi ha scaricata nuovamente. Olè!
Il giovane Werther, almeno su queste pagine, non è il protagonista del celebre romanzo epistolare di Goethe. Con questo pseudonimo voglio indicare una persona di cui ho già ampiamente parlato all’interno del blog, senza però nominarlo mai direttamente.
È una persona che mi ha accompagnata, per un breve tratto, lungo la mia strada, lasciandomi poi, all’improvviso, per imboccare un viale secondario che lo avrebbe portato altrove. Lontano. Troppo lontano anche per i miei occhi.

Inizia come la più classica delle storie: un’amica ti presente un suo amico e nasce qualcosa. Diciamo che di più banale potrebbe solo esserci la storia della ragazza benestante che si innamora del teppista di strada, trama che ha portato al successo Moccia e altri scrittori che, però, non hanno ricevuto lo stesso calore.
In un certo senso la mia situazione riporta lo strascico di questo canovaccio. Lui è figlio di medici, quindi fate voi i conti. Io provengo da una famiglia assolutamente normale, nella media, direi.
Ma prima che i moralisti  arrivino a sentenziare che uscivo con lui per arrivare chissà dove, o beneficiare indirettamente del loro conto in banca, metto subito in chiaro che mai e dico mai  mi è importato di quello. È un dettaglio che scoprii in seguito, quando già mi trovavo a sorridere all’idea che lo avrei rivisto.
Perché è questo che mi piaceva di lui, più di ogni altra cosa: mi rendeva felice. Felice, come da tempo non lo ero.
Quando sapevo che saremmo dovuti uscire insieme, contavo le ore. E se fra noi si interponevano intere giornate, arrivavo a pensare che tutto quello che stava fra me e lui non aveva alcuna importanza.

Mentre camminavamo si fermava per baciarmi. All’improvviso, senza che vi fosse un apparente motivo o senza che chiedessi nulla. Per me era una novità. Per me era speciale.
Mi baciava quando il semaforo diventava rosso, e allora quel colore che per molti automobilisti è motivo di stress, per me diveniva un momento di cui godere col sorriso sulle labbra. Preferivo arrivare tardi da qualche parte, pur di avere qualche bacio extra; e poi, che accidenti mi importava di un qualsiasi ritardo, quando avevo lui accanto a me?
Al primo incontro fui io a strappargli un bacio. Fu proprio rubato. Nel caos della metropolitana in stazione centrale accostai le mie labbra alle sue, e mai mi pentii di aver osato tanto, rischiando un rifiuto da quello che era effettivamente un estraneo.

Parlavamo tanto, anche questo mi piaceva. Sarà che non ero abituata ad avere un simile dialogo con un ragazzo, ma discutere e spesso scontrarmi con lui era per me fonte di immensa gioia. Mi piaceva scornarmi con le sue opinioni divergenti, e credo che sia un modo per crescere.
Mi mancava tremendamente quando non c’era.
Il mio più grande rimpianto, come riuscii a dirgli solo quando ormai non c’era più nulla da salvare, è di non averlo mai fatto sentire importante come in realtà era.
Ed ora mi ritrovo a constatare che il tempo trascorso insieme e quello che adesso ci vede divisi sta arrivando a equipararsi. Forse è proprio per questo che posso finalmente, non senza provare una forte malinconia e versare più di una lacrima, arrivare a scrivere, seppur in breve, quello che per me hanno rappresentato quei 5 mesi.
Risulta più facile narrare di 1000 fugaci e peccaminosi incontri, piuttosto che raccontare di quella storia che ti ha spezzato il cuore.

Ha deciso di lasciarmi improvvisamente, una prima volta,  colto dalla convinzione che tra noi non sarebbe potuto nascere niente di profondo. In fondo, me lo sarei anche dovuto aspettare da un ragazzo che solo a breve compirà 20 anni e che ha lasciato il suo cuore dall’altra parte dell’Atlantico. Viveva ancora nel ricordo di storie che non si erano compiute e che, forse, mai si sarebbero concretizzate.
Poco dopo aver ricevuto una sua lettera, per mano della nostra amica in comune (lei vorrebbe essere sicuramente nominata come Nicoleone, e così farò), mi arriva la più inaspettata delle sorprese. Il giovane Werther non voleva divenire preda dei suoi dubbi e mi invitò a passare un paio di giorni sulla neve. Io e lui, da soli, avvolti da quel candido manto che ti abbaglia e fa apparire tutto come incantato.
Lo ricorderò sempre come il profumo del mare e della neve.
Quando sprofondavo nella sabbia con i tacchi. Quando l’aroma della mia crema per le mani si spandeva per la macchina e per tutta la casa, ed ora proprio non riesco né a gettare né ad annusare il profumo che esce da quel tubetto rosa.
Lo ritrovo in canzoni che a lungo non sono riuscita ad ascoltare, e solo da poco posso perfino cantarle, come facevo prima, con lui, o ancor prima che le mie labbra conoscessero i movimenti del suo nome.

Se ne andò una seconda volta, veramente. Mi abbracciò forte e prendemmo direzioni opposte.
Diceva che era meglio così, andarsene ora prima che mi innamorassi, mentre lui non riusciva a lasciarsi andare completamente. Costruì un muro di motivazioni che riuscii a scavalcare ed abbattere con una pacatezza che stupì anche me, ma non bastò.
Solo recentemente mi confessò che la vera motivazione la conoscevo bene, perché in passato aveva coinvolto anche me, quando avevo circa sedici anni. Dietro a tutti i suoi dubbi albergava un’altra storia, incompiuta come la XI sinfonia di Beethoven; ironia della sorte, si trattava di una ragazza di Parma della quale si era infatuato anni fa, senza però riuscire a concludere nulla e rimanendo intrappolato negli adolescenziali tormenti emotivi tipici della situazione. Lei è fidanzata da tempo ma lui, come è tipico degli innamorati ciechi e ottusi, in quanto innamorati, persiste nel vedere per loro un futuro. C’è questa cosa in sospeso, mi disse.
Almeno sapevo in nome di cosa ero stata lasciata a piangere. Magra consolazione, ma per me fu importante sapere la verità.

Quello che lui non sa, e non saprà mai a meno che non si soffermi esattamente su queste righe, è che io ero già innamorata di lui. Diverse volte volevo dirgli quelle due parole che segnano l’inizio di qualcosa di reale, vero e profondo. Ma la paura, e solo ora mi rendo conto che era una paura fondata, di sentirmi fare un discorso su quanto fosse contento di sentirmi dire quello, ma che non poteva ricambiare, mi ha frenata ogni volta. Credo sia stato meglio così.
Non ho mai potuto definirlo come il mio ragazzo. Non voleva rendere formale quello che c’era fra noi, perché avrebbe significato, in qualche modo, legarsi e precludersi una via d’uscita nel caso in cui l’altra avesse deciso di tornare. In cuor mio, stupidissima me, quell’ aggettivo possessivo era già insito in quello che provavo.

Ora, dopo cinque mesi e tanti avvenimenti accaduti nel frattempo, sono pronta a condividere questo racconto senza adagiarlo su un piedistallo, ma vedendolo da una luce oggettiva. La riflessione che ne scaturisce mi porta a non poter negare che c’era effettivamente troppa divergenza fra il modo in cui io valutavo questa storia e il suo troppo distante punto di vista.
Io stavo investendo molto. Per lui, al contrario, ero solo un qualcosa di transizione nell’attesa.
Terminare questo racconto terapeutico in modo romanzesco mi pareva inopportuno, soprattutto perché non volevo lasciar intendere che sono ancora intenta a fare e disfare la mia tela, aspettando, chissà, un suo ripensamento. Sarebbe romantico, forse un po’ sciocco e adatto a qualche storiella da pagine centrali di un periodico femminile e melenso; certamente, non corrisponderebbe a realtà.
Il perché di queste righe si può riassumere nel fatto che per me scrivere è il più grande dono che possa fare, nonché l’arma più potente.

Non ho la convinzione di aver scritto l’opera definitiva. È una storia come molte altre, e tutti potrebbero raccontare una vicenda analoga che li rende protagonisti. Forse, per tutti i lettori, tutto ciò non è nulla di speciale. Per me, al contrario, è uno stralcio molto importante che desidero immortalare come in una foto e lasciarlo qui.
Simbolicamente, affido all’inchiostro un ricordo che mi spiacerebbe veder deteriorato dal tempo, ma da cui avevo un estremo bisogno di liberarmi.
            

domenica 20 maggio 2012

Snitcher

Con tutto quello che ho raccontato sul blog fino a questo momento, mi rendo conto di non fare esattamente la migliore delle figure. Ho detto di essere una traditrice, di essere stata 3 anni con una persona decisamente discutibile, ad Abu Dhabi sono stata beccata dalla security mentre facevo amicizia con un ricco emiratino (ah, no, questo ancora non l'ho raccontato), ho scritto diversi articoli riguardanti la sessualità ecc.
In realtà sono una persona tranquilla che soffre molto la noia e la solitudine. Ma se raccontassi dei pomeriggi passati in camera a studiare, a chi accidenti interesserebbe? Nemmeno ai miei docenti, suppongo.

Preparando un esame, mi sono imbattuta nella distinzione tra furti con interazione e furti senza interazione. Tra i tipi di furti senza interazione figura anche il taccheggio. Veniva spiegata l'origine del fenomeno, l'evoluzione, la diffusione e la dinamica. Questo mi ha fatto tornare in mente quando da adolescente a che a me è capitato di fare la snitcher, spinta da un gruppo di amiche, come nelle più classiche delle tradizioni.
La prima volta accadde in un negozietto di vestiti da pochi soldi. Le grandi catene di pronto moda erano ancora distanti, quindi non immaginatemi da H&M. 
Mi spiegarono come agire: prendere una montagna di roba, andare in camerino, scegliere gli articoli più interessanti, staccare il cartellino con il codice a barre e nasconderlo dietro lo specchio, infilare la refurtiva nella borsa e sistemare il resto come se nulla fosse. Presi un top e una gonna, abiti che credo di non aver nemmeno mai messo, e tutto di me faceva capire che stavo nascondendo qualcosa. Avevo l'espressione tiratissima, lo sguardo sfuggente e gli arti che a fatica riuscivo a non far tremare.
"Se vuoi puoi aspettarci fuori" disse un'amica che aveva notato la mia agitazione. Forse lo ha fatto per rassicurarmi, oppure semplicemente non voleva che la mia agitazione facesse sorgere sospetti e inguaiasse tutte.

I colpi seguenti avvennero nel reparto trucchi dell'Upim. La dinamica era la stessa: prendere dei trucchi, coprirli con dei vestiti e poi occultare il tutto approfittando dei camerini. Mutande, reggiseno e scarpe diventavano i nascondigli perfetti. Dopo l'esperienza nel negozio di abbigliamento mi feci più sicura e sfacciata. Tornavo a casa e osservavo trionfante il mio bottino fatto di mascara, ombretti di tutti i colori e tutto ciò che una ragazzina non poteva permettersi. Tutto il make-up trafugato era di marca L'Oréal, niente di lussuoso, ma tenete presente che ero abituata solo ai trucchi provenienti da Cioè e Top Girl, anche perchè mia madre non si truccava e non potevo nemmeno chiedere in prestito a lei qualche cosmetico per imbellettarmi.
Tutto proseguì liscio fino a quando non peccai di ingordigia. 
Presa dalla troppa sicurezza in me stessa, decisi di fare 2 colpi nello stesso giorno. Per il secondo colpo portai con me una compagna di classe che non aveva mai taccheggiato. Così come accadde con me, anche lei si fece ingolosire dall'idea del guadagno facile, soprattutto dopo aver osservato con meraviglia il bottino che avevo accumulato nel tempo.
Probabilmente quelli della security si erano già insospettiti da certi miei comportamenti e ci siamo trovate davanti un ragazzo della sicurezza in borghese che ci ha intimato, senza troppi preamboli, di tirare fuori ciò che avevamo preso. Io rimasi impassibile ma la mia amica crollò immediatamente.
Ci portarono nel retro del negozio e ci fecero tirare fuori tutto ciò che avevamo preso. Sembravano quasi stupiti nel vedere che la refurtiva spuntava fuori da sneakers e biancheria intima.

Morale della favola. La mia amica ha chiamato la madre e si è fatta venire a prendere. A me hanno concesso una prova di fiducia, mi hanno dato tempo fino al giorno dopo per recuperare i soldi necessari e venire a pagare. Alla sera mi sono messa a contare tutte le monete che avevo accumulato nel porcellino e per fortuna, e per poco, ne avevo a sufficienza.
Sono praticamente certa che la madre della mia amica abbia avvisato i miei genitori, anche se a me non hanno mai detto nulla. Loro nno toccano l'argomento e io me ne guardo bene dal farlo.

Il mio manuale dice che il taccheggiatore (ben diverso dal cleptomane) smette la sua attività subito dopo essere stato beccato. Io non sono stata l'eccezione alla regola.

martedì 15 maggio 2012

Incontri memorabili - Marchiare il territorio

Quando il cyberspazio ha fagocitato il mio vecchio blog, ho perso sia i post dall'eco bimbominkioso che quelli più ponderati. Quelli scritti con un certo impegno potevano essere catalogati in due modi: quelli strappalacrime e quelli deliranti. Sembra un ossimoro dire che un tipo di post ponderato contenesse dei deliri, ma quando ti ritrovi immersa fino al collo in una relazione da lettino da analista, allora la questione inizia ad avere senso.

Sono stata per 3 anni con un ragazzo amichevolmente ribattezzato Idiotone dai miei amici. Su di lui potrei versare fiumi, ma che dico, oceani di inchiostro, narrando le sue discutibili gesta e riflettendo sul perchè io ci sia rimasta insieme così a lungo nonostante la storia fosse evidentemente fallimentare. Siccome ormai è impossibile ripercorrere cronologicamente tutta la strada che mi ha portata fino a Waterloo, ho deciso di seminare di post in post alcuni degli aneddoti che non mi stanco mai di raccontare ai miei amici (e loro non si stancano mai di riderci sopra).

Mi sembra doveroso presentare l'Idiotone parlando di uno dei suoi vezzi caratteristici: urinare nel lavandino.
Il fatto che molte persone facciano la pipì sotto la doccia non mi è nuovo, anche se ciò non me lo fa risultare meno disgustoso. Ciò che non immaginavo, forse per via del fatto che sono figlia unica e non ho quindi avuto modo di crescere insieme a un giovane esemplare di sesso maschile, è che anche il lavandino di casa potesse essere usato come water. Per fortuna ci ha pensato l'Idiotone a spazzare via la mia patina di ignoranza. Complici i suoi 194 cm di altezza, trovava anche facile cimentarsi in questa impresa, anzi, se la memoria non mi inganna, credo abbia giustificato questa abitudine con "Sono più comodo qui". Ovviamente il suo lavandino non era l'unico ad avere questa doppia funzione, anche quello di casa mia, come ho scoperto solo in un secondo tempo, era stato eletto a water per gli spilungoni.

La situazione è degenerata durante uno dei rari week-end che ha passato da me. La domenica mattina prende coraggio e, con fare mesto, ha iniziato a farmi una confessione.

Idiotone: Devo dirti una cosa...
Emma: Dimmi!
Idiotone: Eh ma poi tu mi prendi in giro...

Dopo qualche minuto fatto di rassicurazioni e malcelata preoccupazione della sottoscritta, finalmente arriva la verità.

Idiotone: Ecco... ieri sera mi stavo lavando il ciondolo (il pene N.d.E.) nel lavandino, poi mi sono distratto un attimo e ho iniziato a fare pipì. So che a te la cosa dà fastidio, così ho deciso di tapparmelo e finire il tutto nel water. Solo che, durante il cambio di posizione, mi è come esploso e ho schizzato un po' per terra e un po' sulle tende. Ho asciugato per terra e poi ho preso un tuo prodotto per i capelli e l'ho spruzzato sulla tenda, in modo da nascondere l'odore.

Non ricordo la mia esatta reazione. Ho come un flash di me con le mani sul volto e l'espressione incredula. Ormai abituata - rassegnata - a sorprese di questo calibro, senza scompormi troppo ho preso in mano il telefono per avvisare mia mamma di mettere in lavatrice (o dare fuoco) le tende. Credo che la reazione di mia madre valga più di mille parole.

Emma: Mamma... dovresti lavare le tende del bagno...
Mamma: L'Idiotone ci ha fatto la pipì sopra?

Mi rendo conto che si potrebbe tranquillamente ricondurre la cosa a un momento di ribellione adolescenziale, un gesto ingenuo da quattordicenne. Peccato che l'Idiotone all'epoca avesse 27 anni.

sabato 12 maggio 2012

Gioco di mano, gioco da villano

Ieri ero così entusiasta per il ritorno della primavera da essermi finalmente convinta a indossare pubblicamente un long dress in stile etnico che ho acquistato a Dubai da Forver21. La novità consiste nel fatto che io ho sempre evitato gli abiti lunghi così come i vampiri evitano l'aglio, questo perchè ero convinta che l'abito avrebbe mortificato ulteriormente la mia già gnomica statura. In realtà, e per fortuna, mi sono dovuta ricredere, soprattutto grazie alle zeppe che ho astutamente messo.
Il programma del tardo pomeriggio prevedeva un salto ai private sales di via Tortona e poi un aperitivo con Charles. La prima parte è trascorsa liscia. Dopo un'oretta passata a girovagare tra appendini, accessori e ragazze assatanate alla ricerca di un capo super scontato, mi sono portata a casa un long dress taglio impero, bianco e ornato da motivi floreali, una via di mezzo tra un peplo e un kimono. Gonfia di soddisfazione mi sono diretta verso la femata del tram. Il sole splendeva ancora, la mia pella era calda, il passo svelto e... mi sento strizzare a mano piena la chiappa sinistra. In una frazione di secondo mi sono resa conto dell'accaduto e mi sono vista passare davanti un ragazzo in bicicletta, non pago del gioco di destrezza appena compiuto, si è girato per gustarsi la mia reazione ostentando un sorriso compiaciuto. Non potendolo rincorrere (e credo sarebbe anche stato inutile), mi sono limitata a urlargli con pacata risolutezza "Vaffanculo! Coglione! Devi morire!" e ho sottolineato il tutto alzando il dito medio.

Una volta sul tram, mi sono messa a ripercorrere mentalmente tutti i passati episodi di giochi di mano operati da villani.
Già in un'altra occasione le mie terga erano state palpeggiate al volo da un passante in bicicletta. Quella mattina ero appena emersa dalla metro e stavo cercando qualcosa da fare per ammazzare il tempo in attesa dell'inizio di una conferenza stampa alla Camera della Moda. Stavo contemplando una vetrina quando... in un istante mi sono sentita strizzare una chiappa e ho visto sfrecciare a tutta velocità un ragazzo in sella a una bici. Urlai un insulto non ben precisato e mi diressi a passo spedito verso la conferenza stampa.

In un altro paio di occasioni la situazione è stata decisamente meno simpatica. 
Ero ancora minorenne e stavo girovagando per lo SMAU (Salone Macchine e Attrezzature per l'Ufficio). In uno stand della fiera si stava esibendo Leone di Lernie e sotto il palco si erano già assiepate diverse persone. Mi sono messa anche io a ondeggiare tra la folla, quando ecco che sento qualcosa scontrarsi con il mio fondoschiena. Nella folla può succedere, così decido di non farci caso e continuare a godermi lo spettacolo. La cosa però si ripete un altro paio di volte e poco prima che individuassi un altro posto libero nel quale infilarmi, la mia mano è stata afferrata e portata di prepotenza sul membro scoperto del tipo che avevo accanto. Feci in tempo a guardarlo in faccia e notai che l'espressione era agitata e timorosa. A distanza di anni, me lo ricordo ancora.

Infine, ma non certo per importanza, il villano più schifoso. I milanesi sanno bene quanto sia sgradevole la sensazione di stare pigiati in metropolitana, una situazione che mischia caldo, claustrofobia, odori e soggetti molesti in pochi metri quadrati di spazio e a diversi metri sottoterra. Mi stavo apprestando a iniziare il primo giorno di quarta superiore, pioveva ed ero schiacciata contro la porta della metro. Dicendo che la giornata non sarebbe potuta iniziare peggio, di certo non stavo sfidando il destino a provarmi il contrario.
Come se tutto ciò non bastasse, iniziavo ad avverti una fastidiosa sensazione, come se l'angolo di una borsa squadrata avesse scelto di accomodarsi proprio all'altezza del mio sedere. Provo a scostarmi leggermente, nei limiti che mi erano concessi della folla. La borsa pareva seguirmi, e così fece anche quando provai a spostarmi nuovamente. La sensazione cambiò poco dopo e si fece inequivocabile. Sembra che qualcuno stesse scuotendo qualcosa contro di me, ed effettivamente era così. Un uomo si stava tranquillamente masturbando su di me. Non riuscii a fare altro che gridare e le porte della metro si aprirono proprio in quel momento, consentendo al maniaco di scendere come se nulla fosse e dileguarsi emettendo un lamento seccato. Una donna aveva capito l'accaduto e mi rassicurò mettendomi una mano sulla spalla.

Nei primi due casi l'ho presa sul ridere, raccontando tra l'incredulo e il divertito - per quanto ci si possa definire divertiti - la scena. Tutte queste situazioni sono forme di una completa mancanza di rispetto, e non penso di esagerare dicendo che sono gesti che possono degenerare e portare ad atti ben più gravi. L'ideale sarebbe ringraziare questi errori dell'evoluzione a suon di pugni e/o ginocchiate, ma la realtà spesso non permette questo genere di vendetta, vuoi perchè si fa fatica a realizzare l'accaduto o perchè la circostanza proprio non lo permette (come nel caso di chi si dilegua su una bici).

mercoledì 9 maggio 2012

Fantasie accademiche

Sarà che la primavera è comunque nell'aria, anche se il clima milanese ricorda più ottobre piuttosto che maggio. Sarà che nel mio corso di laurea hanno schiaffato diversi docenti giovani. Sarà che la metaforica dipartita dell'Avvocato mi sta costringendo a cercare nuove fonti di guai e dopamina. Sarà che con Charles le cose non si sono esattamente risollevate, siamo in quella fase di quiete in cui si può tranquillamente (ed erroneamente) infilare la testa sotto la sabbia e fingere che non vi siano problemi.
Tutto ciò per dire che ultimamente sta tornando a galla una delle mie più durature fantasie: andare a letto con un docente. Non desidero farlo allo scopo di vedermi piazzare sul libretto un bel 30 e lode senza nemmeno dover comprare i libri di testo, semplicemente vorrei farlo per pura eccitazione. Credo che questa fantasia sia associabile a quella che molti provano per le divise, e in effetti nemmeno questo mi lascia indifferente. Mi intriga l'idea di sedurre un mio docente e muovermi poi tra il proibito e il segreto.

Il problema è che non ho la sfrontatezza necessaria per concretizzare questi pensieri. E dire che io solitamente non ho problemi ad attaccare bottone con un ragazzo che mi interessa. Lo stesso squilibrio di ruoli che tanto mi intriga, è alla fine lo stesso motivo che mi rende timorosa come un leprotto sul ciglio della strada. C'è la fremente voglia di balzare in mezzo all'adrenalina così come c'è la paura di diventare il nuovo aneddoto del centro di ricerca universitario.
Credo che dovrei prendere ripetizioni a riguardo.
D'altro canto, contando che ben due dei giovani docenti che settimanalmente mi trovo davanti sono impegnati con delle dottorande del loro stesso centro di ricerca, credo che l'impresa non sia poi così impossibile. Ho ancora un anno per lavorarci sopra.

Nana oggi mi ha chiesto aggiornamenti, visto il mio prolungato silenzio stampa sulle questioni sessuali e sentimentali. Ho steso di getto questo post mischiando i pensieri che ultimamente stanno occupando la mia bionda testolina ai recenti (e inesistenti) sviluppi.
In attesa di trovare nuovi spunti, vivrò di rendita su tutti gli aneddoti collezionati negli anni.

giovedì 3 maggio 2012

Non solo sushi

Per la maggior parte degli italiani la cucina giapponese è sinonimo di sushi. Niente di più sbagliato. Sarebbe come associare la cucina italiana solamente alla pasta o alla pizza, mentre noi sappiamo bene che tra i piatti tradizionali abbiamo anche gli gnocchi, il risotto alla milanese, le orecchiette, la fiorentina e così via.
Quasi tutti i ristoranti giapponesi disseminati per Milano sono gestiti da cinesi e nel menu la pietanza principe è, appunto il sushi, accompagnato da qualche cineseria (ed effettivamente diversi piatti giapponesi derivano dalla cucina cinese) messa giusto per accontentare chi il pesce crudo proprio non riesce a ingurgitarlo.

Durante la mia vacanza in Giappone ho avuto modo di provare diversi piatti tipici.
Gli appassionati di manga/anime avranno certamente visto i vari personaggi abbuffarsi di spaghetti in brodo. Questi spaghetti sono i ramen. Sono tagliatelle in brodo, di pesce, carne o salsa di soia, ornate con condimenti che includono carne di maiale, erba cipollina, germogli di soia, uova e quello che lo chef gradisce metterci.

Ramen a Kyoto

L'okonomiyaki è un piatto buono e divertente. In diversi locali sui tavoli sono presenti dei teppan (la piastra), in modo tale da permettere ai clienti di cucinarsi da soli questa frittella a base di cavolo. Dentro ci si può mettere tutto ciò che la fantasia può immaginare, e lo stesso principio vale per le salse con le quali lo si può condire. Io l'ho provato anche con il pesto.

Okonomiyaki a Shibuya (Tokyo)

Non essendo io un'amante dell'uovo, ero dubbiosa sull'assaggiare l'omuraisu, una omelette ripiena di riso e irrorata di ketchup o salsa di pomodoro. Mi sono dovuta ricredere e l'ho decisamente apprezzato.

L'omuraisu ci ha dato il benvenuto a Kyoto

Altro dettaglio che gli appassionati di manga e anime di certo avranno notato: il bento. Il bento è un contenitore nel quale i nipponici sono soliti sistemare, con grazia e ordine, il loro pranzo. Possono prepararselo da casa o comprarlo già fatto.

Bento per le vie di Kyoto
L'ora del dolce a Osaka
Sinceramente ignoravo la passione dei giapponesi per i dessert. Una volta suk posto mi sono imbattuta in un tripudio di torte grandi e ben ornate, coppe gelato che contenevano anche panna, mini fette di torta, gelatina e frullato. Impossibile resistere.

Questi sono alcuni dei piatti che ho assaggiato, altri non li ho fotografati perchè li ho sbafati prima che Charles riuscisse a impugnare la macchina fotografica.
Ai milanesi desiderosi di ampliare i propri orizzonti gastronomici consiglio il ristorante Oasi giapponese in zona Primaticcio e il ristorante Miyako in Porta venezia.