sabato 18 maggio 2013

23 rosso

Il Rosso ci aveva azzeccato. Quella data era indubbiamente da segnare in rosso sul calendario. Certo, lui immaginava qualcosa di ben diverso da quello che è accaduto.

Come nei migliori romanzi, il giorno seguente il cielo era coperto da nuvole scure e qualche goccia di pioggia si palesava di tanto in tanto per arruffare i capelli. Io ero agitata. Agitata e imbarazzata.
Non sapevo come aveva affrontato la questione a casa. Non sapevo come salutarlo e rapportarmici dopo la serata di sesso turbolento. Temevo che la mia totale incapacità di adottare un'adeguata poker face facesse trapelare qualcosa e nei colleghi si instillasse ulteriormente qualche dubbio.
Guardavo verso la porta in modo frenetico e ogni volta che sentivo dei passi in avvicinamento il mio cuore sobbalzava e avvertivo le gote infiammarsi. L'occhio rimbalzava dall'orologio alla porta e questo stato di tensione è durato per quasi 3 ore. Era come essere in attesa di una puntura. Sai che deve arrivare e aspetti a labbra strette e con i battiti accelerati che l'ago ti penetri la carne.
Poco prima dello scoccare delle 11 varca la soglia salutando i presenti con il solito "Buongiorno!".
Il battito che prima ricordava un tamburo suonato da una decina di Mursi, si era improvvisamente arrestato bloccando ogni mia facoltà motoria e intellettiva. Ho tenuto lo sguardo concentrato su altro, dal libro universitario che fingevo clamorosamente di leggere ai vari avventori che per i più svariati motivi entravano in ufficio. Mi sembrava di essere tornata ai tempi delle prime cotte, quando vuoi guardare l'oggetto dei tuoi desideri ma ti vergogni troppo per farlo in modo sfacciato.
Una volta rimasti soli in ufficio ho osato chiedergli notizie.
"Non so se ho ancora una compagna. Ieri sera lei era a lavoro e quando è rincasata io sono uscito per venire qui. Oggi andrà nello stesso modo, quindi non avremo modo di parlare. Lei è convinta che fossi con un'altra donna e se lei si convince di una cosa, c'è poco da fare".

L'essere rimasto aggrappato al bordo del precipizio non gli ha fatto passare la voglia di rischiare. Anzi. Dopo il primo assaggio le cose si sono fatte più audaci e anche l'ufficio, idealmente terra neutra nella quale concedersi solo sguardi ammiccanti e frasi allusive, non mancavano i contatti fisici. Ogni scusa era buona per portarmi nel magazzino reperti dove cominciò la folle corsa verso la perdizione.
"Usciamo per un aperitivo" mi ha proposto una sera a fine turno.
Io sono una persona precisa che ama essere al meglio a seconda delle occasioni. Non aspettandomi un aperitivo e tantomeno un incontro intimo, ero vestita come si conviene a una posizione lavorativa come quella che attualmente sto occupando. Immaginate cosa si possa indossare per lavorare in una caserma. Aggiungeteci che normalmente non mi preoccupo troppo della biancheria intima, mi basta che sia pulita e comoda, e che depilandomi con la lametta le mie gambe spesso somigliano alla schiena di un ghiottone.
Tenete bene a mente questo quadro.
Prendiamo posto in un locale sui Navigli e sorseggiando i nostri drinks dice di volermi e di non poter aspettare.
"Ho qualche ora libera prima di fare la notte. Ti voglio. Non resisto più. Andiamo in motel un paio d'ore"
In quel preciso istante davanti ai miei occhi si è palesata l'immagine di lui che mi accarezza le gambe e avverte la sensazione di essere finito a palmi aperti su uno zerbino.
"Ma non abbiamo tempo. Ora che finiamo qui, arriviamo al motel, mi faccio una doccia e facciamo quel che si deve fare. Poi mi porti a casa e torni a lavoro. Non credo ci sia abbastanza tempo".
"Non mi interessa. Ti voglio e non posso più aspettare".
Nascondendomi dietro alla scusa del "Non vorrei farti tardare a lavoro" cercavo di trovare una soluzione al problema peli superflui. Da quando avevo intuito che gli impulsi carnali avrebbero potuto prendere il sopravvento, tenevo insieme allo spazzolino e al dentifricio anche una lametta. Dove utilizzarla? Il bagno del motel non era dotato di chiave e già la volta precedente aveva invaso la mia privacy per vedermi sotto la doccia. Non sarebbe stato molto sexy farmi soprendere sotto la doccia e intenta a radermi le gambe.
Ed ecco l'ideona. Il bagno del locale.
"Va bene. Vado a sistemarmi il trucco e poi andiamo".
Ho preso la mia pochette da trucco (un sobrissimo astuccio color rosa cangiante di Marc by Marc Jacobs) e mi sono alzata dalla sedia congedandomi con uno sguardo da gattina in cerca di attenzioni. Appena voltato l'angolo l'espressione da sciupamaschi è diventata quella della trash protagonista di qualche vignetta comica. Una volta abbassati i leggings mi sono messa al lavoro cercando di essere delicata e veloce al tempo stesso. Ma come fai a essere delicata se devi depilarti a secco nel bagno di un locale mentre hai il tempo contato perché il bagno è uno e la gente fuori inizia a formare una coda? Le mie gambe bruciavano come se Freddy Krueger mi stesse facendo una qualche sorta di preliminare. Una generosa dose di crema per le mani per alleviare la sofferenza ed eccomi pronta per essere sensualmente accarezzata.

Mentre ci avviavamo verso il motel il sole strava calando e costeggiando delle risaie mi sono persa a guardare il tramonto rosso fuoco che si tuffava nell'acqua.
Ecco cosa mi mancherà se riuscirò a realizzare il mio sogno di lavorare all'estero.
"Non ce la faccio più. Non so se riuscirò ad arrivare in motel, adesso accosto e ti prendo qui" e così dicendo risaliva con la mano le mie cosce, mentre io sorridevo e incrociavo le dita sperando di non ritrovarmi le gambe coperte di sangue a causa della depilazione improvvisata.
Alla reception non c'era più la pingue donna della volta precedente, bensì un annoiato uomo di origine indiana che ha controllato solo il mio documento prima di allungarci la chiave.
Ancora la stanza 23.

Fonte: Google

 "Visto che l'altra volta le cose non sono andate per il meglio, questo giro è dedicato a te. Adesso ti sdrai, stai calma, ti rilassi e mi lasci fare. Va bene?".
Non era facile rilassarsi completamente. L'imbarazzo di essere a letto con un partner che ancora non potevo dire di conoscere, l'avere sempre l'orecchio teso perché da un momento all'altro poteva squillare uno dei nostri cellulari e poi lo specchio sul soffitto è più inquietante che eccitante.
"Chiudi gli occhi e fai un bel respiro - ha detto a voce bassa poggiandomi delicatamente una mano sulla pancia - rilassati" e se contraevo gli addominali perché la sua lingua accarezzava il punto giusto, lui tornava a farmi rilassare.
"Se ti rilassi, sarà il tuo corpo a dirmi cosa fare".
Di certo il mio corpo gli avrà dato qualche segnale, ma lui sapeva già benissimo come muoversi. Ci sono voluti pochi minuti per farmi andare fuori di testa e non tenendo fede alla sua richiesta iniziale, gli sono balzata addosso per farmi prendere.
Mentre era sopra di me, tra sospiri e gemiti, ha adetto una cosa alla quale sul momento diedi poca importanza: "Emma, sei un casino. Mi stai piacendo più del previsto".

Lungo la via del ritorno abbiamo fantasticato su un racconto breve che avremmo potuto scrivere.
"Siamo finiti entrambe le volte nella stanza 23. Sarebbe bello scrivere un racconto sui rispettivi punti di vista. Come io ho vissuto l'esperienza e dall'altra parte come l'hai vissuta tu. E chissà come potrebbe finire. Lui viene licenziato e finisce a fare il receptionist del motel, mentre lei fa l'accompagnatrice e porta gli uomini proprio nella stanza 23"
"Mi piace perché non ha il lieto fine. Forse però è comunque un po' scontato come finale" ho commentato con un sorriso, emozionandomi silenziosamente per questo suo lato artistico.
Avrei dovuto prendere più seriamente quello che mi ha detto mentre eravamo a letto. È risaputo che durante l'amplesso si possono dire cosa che non si pensano fino in fondo, per questo ho etichettato la sua uscita come una di quelle frasi che scappano per via dell'eccitazione.
"Se accadrà, sarà a fine stage", così come il suo non essere sicuro di riuscire a tenere separata la vita privata dal lavoro. Sono tutte cose che ho superficialmente liquidato.
Oggi si ripeterà ancora lo stesso copione che tutte le coppie clandestine portano avanti e io, sinceramente, inizio ad avvertirne il peso. 

giovedì 25 aprile 2013

Visioni in rosso

Il resoconto della mia turpe storia clandestina è finalmente giunta al racconto della fatidica sera che mi ha lasciata stranita come da tempo non succedeva.
Del resto spesso mi lamento della noia e della routine, di come sia sempre più difficile provare emozioni, sensazioni e vicende nuove, quindi ora non posso lamentarmi per essere incappata in una situazione decisamente strana.

Come dicevo nell'ultimo post, lo scombussolamento ormonale raggiunto insieme al Rosso era ormai diventato difficilmente gestibile ed entrambi sapevamo che a breve ci saremmo tolti la voglia di diventare più intimi.
Il problema che ci si parava davanti era "E dove accidenti andiamo?".
Io vivo con i miei. Lui convive con la sua donna. Farlo in auto è rischioso (va bene che dei rappresentanti delle forze dell'ordine mi hanno già beccata un paio di volte, ma in quelle occasioni non correvo il rischio di sentirmi dire "Oh, buonasera, collega. Buonasera anche alla stagista").
"Alcuni centri massaggi cinesi, se paghi ugualmente il prezzo del massaggio, ti lasciano usufruire della loro saletta".
Non capivo se mi stesse prendendo in giro o se la proposta fosse seria. Ho risposto ridendo e limitandomi a dire "Un massaggio non credo costi meno di 30€. Tanto vale pagare un po' di più e andare in motel. Anche se, in effetti, questa esperienza sarebbe perfetta per il mio libro".

La mattina del giorno X è entrato in ufficio con gaudente convinzione.
"Questa è una giornata da segnare in rosso sul calendario"
E non poteva minimamente immaginare quanto questa affermazione si sarebbe rivelata vera, anche se in un'accezione totalmente diversa.
"Sono andato in un centro massaggi cinese dove lavorava una che conosco. Lei non è più in quel posto e la signora con la quale ho parlato non ha colto subito la mia richiesta. Inizialmente pensava che volessi un 'massaggio romantico' per due, poi, alla fine, ha capito che volevo solo la saletta per farti un massaggio ma insisteva per rimanere a guardare. Ovviamente ho detto di no. A questo punto non rimane che il motel".
E motel sia.
Era un'esperienza che mi mancava. A onor del vero devo dire che con l'Idiotone (colui che faceva pipì nel lavandino. Ricordate?) avevamo dormito in un infimo, ma salatissimo, hotel milanese solo per poterci abbandonare ai piaceri della carne. Cosa però diversa dall'affittare una camera a ore.

"Mentre andiamo, vorrei fare qualche regola. Per prima cosa, se devi chiamare o mandare messaggi al tuo tipo, fai pure. Io dovrò farlo". Purtroppo non ricordo bene tutte le regole che sono state stese, visto che erano 11 e la mia testa vagava a destra e manca cercando anche di far mantenere al mio corpo un composto aspetto di naturalezza. Le altre cose che ricordo sono: "Massima riservatezza su questa cosa. Si viene più volte. Non ci si innamora. Non si fanno battute sulle dimensioni delle altrui parti anatomiche (tesoro, suvvia, non puoi buttare così le mani avanti. N.d.E.)".

Una donna paffuta e abbastanza sciatta ci ha preso i documenti controllando un po' più a lungo solo il mio, probabilmente per sincerarsi del fatto che avessi raggiunto la maggiore età. Avrà pensato di trovarsi davanti al classico quarantenne prossimo alla sindrome di mezza età che in qualche modo ha adescato la ragazza giovane che ha accettato le avances per via di qualche irrisolto conflitto col padre. La teoria del "Ecco il vecchio bavoso che paga le ragazzine" l'avrà scartata appena vista la professione segnata sulla sua carta d'identità.
Camera 23. Ormai il momento era prossimo.

Entrando nella stanza è scattato in me un certo spirito da vacanza, quella specie di euforia che si attiva quando la chiave elettronica fa apparire la lucina verde sulla serratura. Peccato che ad attenderci non ci fosse un lettone dalle candide lenzuola ornate di petali colorati, bensì un semplice letto matrimoniale dalla triste biancheria e righe circensi, un certo odore di fumo e di chiuso e lo specchio sul soffitto. Probabilmente mi sarei risentita se non avessi trovato questo dettaglio da stereotipo.
"Scusa ma devo fare una telefonata"
Si è rifugiato in bagno e non ho potuto resistere alla tentazione di cercare di carpire qualche frase detta alla sua compagna.
"Ho da poco finito il turno e sto per andare in mensa. Tu hai mangiato? ... Lo sai che poi finisci col saltare la cena. Non va bene"
Mi sono buttata in doccia dopo esserci scambiati qualche bacio che lasciava intendere tutta la voglia che avevamo di scorpirci.
Ha aperto la porta del bagno mentre mi facevo scorrere addosso l'acqua della doccia. Era già in mutande e si è messo a guardarmi. D'istinto ho incrociato le gambe e con le mani mi sono coperta il petto.
"Hey! Esci! Un po' di privacy!"
Non volevo che la prima immagine di me nuda fosse una cosa così d'impatto. Volevo presentarmi a lui in biancheria intima e togliermela un pezzo alla volta, anche se, effettivamente, uno sguardo rubato può risultare mille volte più eccitante.
Sono uscita dal bagno avvolta nell'asciugamano e nell'arco di qualche secondo le sue mani erano già su di me per buttarmi sul letto, a pancia all'aria.
"Adesso stai sdraiata, ti metti comoda e ti rilassi. Lascia fare tutto a me"
E come rifiutare?
Aveva appena iniziato a farmi provare i movimenti esperti della sua lingua, quando la suoneria del suo cellulare interrompe l'incanto che si stava creando. Sono rimasta all'oscuro della conversazione perché, per rispondere, si era infilato al volo i jeans per conversare fuori alla camera. Una volta rientrato non ho potuto non notare immediatamente un'espressione torva sul suo volto. Si è sdraiato sul letto ed è rimasto in silenzio.
"Hai... hai risolto?" ho domandato timidamente.
"Per un cazzo. Era la mia donna. Ha detto 'So che sei con un'altra donna. Non ne voglio più sapere di te'"
La mia bocca è rimasta aperta qualche istante riuscendo solo a far uscire un impietrito "Ah". Non sapevo cosa dire e tantomeno cosa fare. Non sapevo se consolarlo, chiedere spiegazioni o andare avanti come se nulla fosse. Avrei voluto un input da parte sua ma continuava a stare sdraiato con lo sguardo tra l'assente e l'incazzato.
"Ma come fa a saperlo?"
"Dice che lo sa e basta"
Le donne lo sanno, come canta anche Ligabue.
"Quindi... ora... che facciamo?"
"Fai come vuoi" ha sentenziato.
Una situazione ben poco eccitante. Aggiungiamoci poi che era la prima volta, e la prima volta c'è sempre della timidezza e dell'imbarazzo.
Gli ho sfiorato appena le labbra per poi passare a baciargli le orecchie, concentrandomi sui lobi. Sono scesa sul collo, lentamente, sperando di riuscire pian piano a farlo rilassare almeno un po'.
Come era prevedibile non è stato un grande amplesso. Io per prima ero tesa, preoccupata. Sapevo che c'era questa enorme spada di Damocle sopra di noi, più grande e indiscreta dello specchio che ci rifletteva mentre passavamo da una posizione all'altra.
"Adesso devi dirmelo. Perché lo volevi così tanto?"
Così tanto mi pareva un'esagerazione. Tra i due era lui quello che sembrava più desideroso di infilarsi in questo gineprato.
"Ormoni" è stata l'unica risposta che sono riuscita a elaborare mentre ansimavo.

Dopo essere venuto siamo rimasti sdraiati l'uno di fronte all'altra. In silenzio. Io non riuscivo nemmeno a guardarlo in faccia, senza smettere di pensare alla spiacevole situazione che ci aveva accompagnati durante tutto l'amplesso. Buttavo solo qualche occhiata furtiva verso di lui, tornando immediatamente a fissare un punto qualsiasi delle lenzuola, fino a quando non mi sono decisa a filare in bagno per recuperare il completino blu di Victoria's Secret che avevo abbandonato là prima della doccia.
"Mi pare chiaro che la serata finisca qui" ha detto dopo avermi scrutata per un po', soffermandosi proprio su quell'indumento di cotone che ancora non aveva visto.
"E ovviamente pago io"

Durante il rientro la sua donna lo ha chiamato nuovamente e non ho potuto fare altro che rimanere seduta in macchina, mentre lui faceva nervosamente avanti e indietro, con il telefono in mano, in una stradina polverosa ai lati della strada.
"Non so ancora se ho una compagna o no"
"Ma, perdonami, lei non può avere la certezza che tu fossi con un'altra donna. Tu con le prove ci lavori. Sai che lei non ne ha"
"Lei dice che lo sa e basta. Non c'è niente che possa farle cambiare idea. Vedi... la mia donna è convinta di avere poteri extrasensoriali. Lei sente le cose, ma non cose tipo i numeri del Superenalotto. Ti faccio un esempio. Magari siamo tranquilli sul divano e, di punto in bianco, si rabbuia e dice 'Qualcuno sta male'. Prende il telefono, chiama e dice 'Tuo zio sta morendo'. E in effetti è così. Oppure 'Qualcuno sta litigando'. Chiama la sua amica che veramente stava furiosamente litigando col partner. Se lei dice che lo sente ne è convinta e nulla può farle cambiare idea".
Abbiamo anche parlato del mio rapporto con Charles. Dei miei dubbi, della mia incapacità di troncare un rapporto, del genere di uomo che vorrei al mio fianco e, ma tu guarda, si riconosceva nella descrizione. Temo che il suo ego possa avergli fatto pensare che la descrizione sia stata creata ad hoc pensando a lui, cosa totalmente errata.

Ero frastornata per la mole di cose accadute in poche ore. L'aver fatto sesso e l'averlo fatto con la pesante presenza dell'ira (legittima) della sua donna. Il sentirmi preoccupata per lui. Non sapevo se il giorno dopo mi avrebbe detto di aver trovato la sua roba in strada o di aver trovato lei con i bagagli in mano.
Non sapevo nulla ma immaginavo una valanga di possibilità.

venerdì 19 aprile 2013

La sottile linea rossa

"Se succederà, sarà dopo lo stage"

Questo è quello che il Rosso mi ha detto durante la nostra ultima uscita, poco prima che gli dessi del coglione per essersi tirato indietro dopo averci sfacciatamente provato.

Tra quella sera e l'inizio dello stage è passato circa un mese, periodo che ho speso tra gli ultimi esami invernali e la vacanza-ricerca di lavoro negli Emirati Arabi. 
Lui non mi ha scritto e io ho fatto altrettanto, anche se a volte mi mettevo pensare al momento del mio ingresso nell'ufficio. Come avremmo convissuto per 6 ore al giorno, 5 giorni a settimana, per ben 2 mesi? 
Un pensiero che mi innervosiva, imbarazzava e incuriosiva allo stesso. Del resto, durante l'ultimo incontro lui mi aveva proposto di andare in motel, mi aveva messo una mano tra le cosce e io, dopo essermi calata l'abito fino alla vita, gli avevo detto di prendermi o riportarmi a casa.

Con un po' di fastidio ho dovuto aprire uno spiraglio nel muro che avevamo costruito perché avevo bisogno di qualche delucidazione sull'iter burocratico da seguire per la firma di tutte le scartoffie necessarie per ufficializzare il mio ingresso nel recintato mondo delle forze dell'ordine. Ingoiare quel piccolo rospo alla fine è tornato utile. Nessuno dei due ha fatto riferimento all'accaduto ma almeno ci siamo reciprocamente e tacitamente sincerati del fatto che potesse esserci un rapporto professionale e allo stesso tempo cordiale. A una settimana dall'inizio della mia avventura sono perfino passata in ufficio per portare un dolce (una confezione di biscotti ripieni di datteri) dono comprato in terra emiratina.

La sua strategia iniziale è stata quella di fare il duro sergente che cerca di intimorire una giovane soldatessa. Per dare al tutto un tono ancor più teatrale, anche se sarebbe meglio dire cinematografico, ha piazzato sulla scrivania una campanella "Suonala quando sentirai di non potercela più fare. Suonala per dire che lo stage è troppo duro per te. Un po' come nel film Soldato Jane".
Purtroppo per lui la sottoscritta si è rivelata tanto abile quando capace. Prova dopo prova, mi sono dimostrata decisamente in gamba in tutte le mansioni che mi sono state assegnate. Probabilmente è per questo motivo che mi ha fatto provare sempre più cose.
"Stai bruciando le tappe".
Il suo buon proposito di attendere la fine dello stage ha iniziato a vacillare già la prima sera. Mi ha invitata a bere un drink e dopo avermi portata a casa mi manda un sms con scritto "I jeans non ti stanno affatto male". Quello è stato solo l'inizio di un ciclo di messaggi, sguardi e allusioni che si è protratto per circa un mese a mezzo. Anche io ho giocato la mia parte, stuzzicandolo con occhiatine languide e mie foto in cosplay.
Bisognava solo vedere chi avrebbe ceduto per prima.

Durante un piovoso pomeriggio di metà marzo ha deciso di allestire una finta scena del crimine per farmi esercitare. La location predestinata era una sorta di magazzino nel quale vengono conservati i reperti e i fascicoli dei casi ormai chiusi o archiviati. Una via di mezzo tra uno scantinato e gli spogliatoi di una palestra.
Cercando di prendere confidenza con l'iconica ma scomoda tutina bianca, ho inanellato brillantemente una mossa giusta dietro l'altra.
"Ti meriti un premio"
Mi ha sollevato gli occhiali e calato la mascherina per stamparmi un bacio a fior di labbra. Sono rimasta interdetta e l'unica risposta fisica che sono riuscita a dare è stata una sbattuta di ciglia alla quale è seguita una veloce mossa per rimettere a posto gli accessori momentaneamente spostati. Finita l'esercitazione, mentre mi stavo rimettendo il piumino per tornare in ufficio, ha ripreso a baciarmi. La mia schiena è finita contro a un lavandino e lui non smetteva di cercare la mia lingua con la sua.
La sottile linea che lui stesso aveva tracciato è stata definitivamente superata pochi giorni dopo, durante un'altra esercitazione avvenuta nello stesso luogo.
Lui mi baciava e io lo provocavo. Ho cominciato slacciandomi la felpa e portando il mio minuto petto contro il suo.
"Emma, smettila"
Più lui mi chiedeva di smettere, più io ero spronata a continuare. Cercavo di calarmi le spalline della canottiera e lui mi bloccava le mani. Più mi bloccava le mani, più sentivo i miei ormoni darmi la carica. Era un circolo vizioso. Mi buttava contro gli armadietti, nel buio di quello scantinato, e io non mi sentivo così eccitata da tantissimo tempo. Era il realizzarsi di una fantasia.
"Emma  - ha detto sedendosi e nascondendo il viso tra le mani - cosa vuoi? Ti diverti? Ti diverti a far impazzire un uomo?"
In effetti ho fatto fatica a trattenere più di un sorriso. Un sorriso di soddisfazione e imbarazzo. Non potevo credere che stesse dicendo davvero.
"Cosa vuoi?"
Cosa volevo? Non lo sapevo e ancora non lo so. Sono rimasta in silenzio alzando le spalle e cercando nella mia testa di trovare una risposta che non fosse "Vorrei fare sesso con te per realizzare la fantasia del docente, quella dell'uomo maturo e soprattutto quella della divisa".
"Vuoi solo farti una bella scopata?"
Sapevo di interessargli e giocare la parte della Lolita (una Lolita un po' agée)  dava al tutto un tocco di pepe in più, ma non immaginavo di fargli tutto questo effetto. Vederlo veramente confuso mi ha intimorita. E chissà che accidenti gli si stava rimescolando in testa e nello stomaco. Quello che accadeva nei pantaloni potevo ben immaginarlo.
"Beh, vista la situazione, vorrei... divertirmi un po'. Ci togliamo questo sfizio e, se ci piace, ci troviamo bene e tutto quanto, possiamo ripeterlo". Le parole sono uscite a scatti, come se il pensiero si formasse solo di parola in parola, senza avere ben chiaro da subito cosa dire.
"Lo sai che se lo facciamo ci piace"
Detto questo si è alzato e mi ha spinta ancora una volta contro al lavandino per baciarmi. Mi accarezzava il sedere e il seno, infilando la mano sotto al maglione sul quale spiccava il faccione di Darth Vader.
"Non vuoi sentire l'effetto che mi fanno i tuoi baci?"
Come immaginavo ha colto al volo l'invito. Mi ha fatta girare e da quella posizione mi ha slacciato i jeans e ha infilato una mano una mano nelle mie mutandine. A saperlo avrei scelto della biancheria intima più curata.
Sapeva esattamente dove toccare e come farlo. Non mi aspettavo di meno da un uomo con 16 anni più di me.
Benché non abbia avuto un gran numero di uomini, qualche esperienza l'ho fatta anche io, e ancora non avevo trovato qualcuno in grado di farmi perdere la ragione usando solamente una mano e senza ancora conoscere il mio corpo.

Sapevamo entrambi che il passo seguente sarebbe avvenuto entro un lasso di tempo molto breve.




sabato 6 aprile 2013

Chi pulisce la scena del crimine? - Sangue sulla strada

Dopo un mese di stage mi sono ritrovata ad affrontare il mio primo sopralluogo insanguinato e con tanto di salma.
Come vi accennato, la possibilità di trovarmi faccia a faccia con la morte era il motivo che faceva oscillare bruscamente l'ago della bilancia tra il "Voglio assolutamente questo stage" e il "Ho paura di non farcela". Alla fine la voglia di mettermi alla prova ha prevalso sui dubbi e ho iniziato questa meravigliosa e intensa impresa.
Ieri, mentre caricavamo sul furgone tutta l'attrezzatura da sopralluoghisti, comprese le celebri tutine bianche, sentivo distintitamente il mio stomaco che gorgogliava e si stringeva nervosamente. Non sapevo che scena mi sarei trovata davanti e che odore mi avrebbe investita una volta sulla scena. Il non sapere cosa aspettarmi e che meccanismi di risposta preparare, mi metteva fortemente a disagio. Il mio timore più grande era quello di vomitare o svenire.
Una volta giunti all'ingresso dell'appertamente del deceduto il mio cuore ha iniziato a battere forte, sembrava che mi stesse battendo proprio accanto alle orecchie.
"Mettiti calzari, guanti, mascherina ed entra anche tu" mi ha detto il Rosso una volta emerso da una prima ispezione.
Ho preso i calzari dalla busta e li ho indossati cercando di non far vedere agli agenti presenti che un pochino stavo tremando. Loro erano usciti dall'appartamento lamentandosi per l'odore e con i volti un po' storti per il disgusto.
"Faccio questo lavoro da 11 anni ed è solo il secondo morto che mi capita di vedere. Tu sei con loro da tanto?" ha chiesto un giovane uomo in divisa.
"Sono con loro da un mesetto ed è la prima volta che mi capita una scena di questo genere".

Tutti mi guardavano con una certa curiosità. Una giovane piccola, esile, con la lunga chioma bionda raccolta in uno chignon improvvisato e tenuto fermo con una matita, jeans aderenti e un candido maglioncino sul quale penzolava la stravista chiave di Tiffany. In effetti la mia figura stonava con la situazione.
Ho varcato l'ingresso e ho seguito le voci fino a trovarmi davanti al giovane (e, visto il conato di vomito e un paio di azioni distratte, il probabilmente inesperto) medico legale e ai miei due colleghi intenti a fotografare il poveretto riverso a terra e circondato dal sangue. La mascherina mi proteggeva un po' dall'odore ma qualcosa comunque passava.
Mi sono sorpresa nel constatare che la stretta allo stomaco era passata e non avvertivo alcun senso di nausea o mancamento. Al momento di girare il deceduto sono stata invitata a congedarmi.


Ed ecco tornare la domanda che già mi ero posta mesi fa: chi pulisce la scena del crimine?
Per quanto riguarda le cosiddette scene indoor non sono ancora riuscita a giungere a una risposta sufficientemente esaustiva.
In caso di eventi outdoor, precisamente quelli che avvengono su strade pubbliche, a Milano interviene l'Amsa (l'Azienda milanese che gestisce i servizi ambientali nella città di Milano).
Una volta che i sopralluoghisti hanno fotografato e repertato tutto il necessario, dai frammenti veicolari ai campioni biologici, oltre a tutto ciò che può tornare utile, l'Amsa si occupa di fare pulizia di tutto il rimanente. Sì, anche sangue e d eventuali micro-residui di provenienza umana. Non immaginatevi lo spazzino che trova una falange e la butta nel cestino. Ovviamente questo non accade, però è sempre meglio precisarlo.

giovedì 28 marzo 2013

Rosso di sera

Sono da poco rincasata dopo una serata veramente strana.
Qualcosa a metà tra un'avventura onirica, un film firmato Vanzina e la sensazione di stordimento che ti pervade subito dopo uno svenimento.
Dopo un'ora passata al telefono con la mia amica Anna e l'aver fagocitato con estrema voracità mezzo pacchetto di biscotti, accompagnati da un'indefinità quantità di latte, sto cercando di riacquisire un po' di lucidità. Eppure una parte di me è ancora di essere preda di uno scherzo di Morfeo.

Rosso di sera
Per arrivare a raccontare questo, mi tocca però tornare indietro e continuare il racconto di come io e il Rosso siamo arrivati a flirtare quotidianamente fuori e dentro l'ufficio.
Come accennavo, verso inizio febbraio mi ha proposto di vederci per un aperitivo a due, con la scusa di farmi una proposta lavorativa. Proposta che in effetti c'è stata ma ha occupato nemmeno un quarto della serata. Il resto del tempo lo abbiamo passato parlando essenzialmente di sessualità, complici anche i due drinks belli carichi che abbiamo sorseggiato con disinvoltura.
La mia confessione: "Sai... io sono curiosa di provare a fare sesso con una donna. Volendo potresti unirti" credo gli abbia inferto il colpo di grazia.
Ormai era chiaro. Lui ci provava e io ci stavo. Nonostante il tasso alcolico elevato, allusioni rimanevano comunque a un livello raffinato. Niente volgarità. Nulla di esplicito.
Ho provato a camuffare il mio andamento zigzagante camminando a testa bassa e con passo deciso, peccato che la voce impastata, le risatine continue e i discorsi sconnessi lasciassero poco spazio al dubbio. Nonostante la mia palese condizione di fanciulla sbronza, mi ha portata in comando per prendere un tè caldo, ma invece di avvicinarmi alla macchinetta mi sono sdraiata sulla scrivania della sala riunioni. Mi ha guardata come se avvertisse solo il desiderio di avventarsi sopra di me. Per fortuna in quell'occasione è riuscito a domare gli istinti, ha allungato la sua mano verso di me e mi ha aiutata ad alzarmi.
In quel momento non lo sapevo, ma dentro di lui già qualcosa stava ribollendo. Qualcosa che ha provato a scacciare e reprimere con tutte le sue forze.
"Convivo da un anno. E la mia relazione precedente stava per sfociare in un matrimonio, ma a un paio di mesi dalle nozze mi sono accorto che lo stavo facendo per lei"
"Capisco. Beh, devo confessarti che anche io sono tornata con Charles. Ci siamo riavvicinati e siamo tornati insieme"
"Io ti piaccio?" - mi ha chiesto senza troppi giri di parole mentre mi portava a casa. Ero troppo sbronza per sentirmi a disagio, e comunque, che senso avrebbe avuto mentire? Avevamo flirtato tutta la sera, quindi tanto valeva buttare le carte in tavola.
"Sì, mi ispiri. Mi sembri proprio un uomo con le palle. Ecco cosa mi piace".
Mi ha chiesto altre cose. Cose che l'alcool e le settimane trascorse, con tutto il loro carico di eventi, hanno cancellato.
Ricordo però la macchina ferma in un parcheggio. Io che gli chiedo un massaggio sulle spalle come banale scusa per poterlo provocare un po'. Inclino il collo, lo libero dai capelli e gli porgo l'invito silenzioso ad avvicinarsi.
"Hai un buon profumo".
Le sue labbra mi hanno sfiorato il collo, percorrendolo dalla base fino ai lobi delle orecchie. In silenzio l'ho invitato a continuare, facendo calare lo spolverino che indossavo.
Ha respinto il mio tentativo di baciarlo. Lì per lì non ho capito il perché, sarà che per me un limone in amicizia lascia il tempo che trova e significando solo una piccola parentesi di divertimento, non una promessa e nemmeno il preludio a qualcosa di più intimo.
La serata si è conclusa così: con un massaggio sulle spalle, un fiume di parole che non voglio nemmeno sforzarmi di ricordare e il mio spingerlo contro l'auto per mordergli delicatamente il lobo dell'orecchio.

Il giorno seguente ho trovato, come del resto mi aspettavo, una sua mail.
"Devo concederti che ho datto fatto fatica a trattenermi".

Il venerdì seguente eravamo ancora davanti a un aperitivo sui Navigli.
Se avessi scritto questo post il mese scorso, probabilmente avrei dedicato a questa serata almeno una trentina di righe. Tutte colme di epiteti furenti.
Cocktail dopo cocktail, allusione dopo allusione, questa volta decisamente schiette e inequivocabili, ha buttato sul piatto la proposta di andare in motel.
La mia attrazione per lui era ed è puramente fisica, qualcosa a livello ormonale e animalesco. Quella sera aveva perfino le manette e la fantasia di un rappresentante delle forze dell'ordine che mi perquisisce e mi ammanetta è sul podio delle cose che più mi eccitano.
Ricordo il suo decantarmi le prodezze amatorie di cui è capace, così come ricordo il mio essermi messa una mano davanti alla bocca per ridacchiare come una studentessa giapponese. Ricordo anche la sua mano che dal ginocchio risale senza esitazione lungo la mia coscia.
"Dai, non qui! Siamo proprio accanto al tavolo del buffet".
Perché mentre io avevo già abbondantemente superato la linea della sobrietà (come dimenticare il tragitto tavolo-bagno. Camminavo palesemente storta, attirandomi lo sguardo perplesso e divertito di avventori e camerieri. Una volta chiusa la porta del bagno mi sono data un paio di schiaffi e ho appoggiato la testa contro la fredda ceramica del muro), il resto delle persone aveva appena iniziato a godersi l'happy hour.
"Possiamo sempre andare in motel"
"Va bene"
Tutto sembrava deciso. Insomma, non aveva fatto altro, per giorni e per tutta la sera, che provocarmi e stuzzicarmi. Non concepivo minimamente la possibilità di un dietrofront.
Invece...
"Sono combattuto. Vorrei davvero toglierti i vestiti di dosso..."
"E allora fallo" e così dicendo l'ho guardato negli occhi, ho tolto la sottile cinta che tenevo forse troppo stretta sul punto vita e mi sono calata l'ampia maglia color petrolio. Così finalmente ha potuto vedere il reggiseno che gli avevo descritto, per stuzzicarlo, mentre stavo sorseggiando il mio japanese ice tea.
"Io... sono combattuto. Vorrei tutelarti, anche dalle persone come me, però vorrei davvero toglierti tutti i vestiti di dosso"
Ancora non volevo capire. Tutte quelle parole mi sembravano superflue. Lui mi voleva e io chiaramente lo volevo, quindi perché non ci si poteva semplicemente concedere una parentesi di piacere senza complicazioni, pensieri e conseguenze?
Mi sono sporta e l'ho baciato.
"Adesso o mi porti in motel o mi riporti a casa"
Era dubbioso e più lo vedevo nel dubbio più ripetevo la domanda.
"Ti riporto a casa" ha detto rimettendo in modo l'auto.
Mi sono sentita presa per il culo, soprattutto perché mi ero notevolmente esposta ricevendo però in cambio un due di picche.
"Sei un coglione! Siete tutti uguali, che abbiate 20 anni o ne abbiate 40" frase evidentemente dettata dalla scottatura con Orzobimbo (Ciao, Orzobimbo. Ora insegna agli angeli come essere appetibili solo per via di un piercing alla lingua).
"Non eri tu quello in grado di tenere separata la vita privata da quella lavorativa?"
"Forse non ne sono così convinto"

Alla luce dei recenti sviluppi, tutto questo ha acquistato un senso.

domenica 24 marzo 2013

Distintivo rosso

Il sesso, come è noto, tira.
Le turpi storie di tradimento tirano ancora di più (e attirano anche moralismi spiccioli).
Il sesso in divisa risveglia fantasie più o meno nascoste.
Gli inciuci in ufficio eccitano.

Gli ingredienti per passare quattro (anche se ormai uno è quasi concluso) mesi di fuoco ci sono tutti.
Come accennavo, ho avuto l'immensa fortuna di trovare uno stage incredibilmente stimolante e tale proposta mi è stata fatta da un uomo in divisa altrettanto stimolante.
Il mio racconto si era fermato alla fase "Ma ci starà davvero provando o semplicemente mi sto facendo una valanga di seghe mentali?", anche se poi ho spoilerato che una sera mi sono trovata mezza nuda nella sua macchina. Insomma, qualche sega mentale me la sono fatta, però era fondata.

La volta seguente ci siamo visti a un seminario tenuto da lui e dal suo collega che mi istruirà durante la seconda parte dello stage. Alla sottoscritta è stata offerta la possibilità di partecipare gratuitamente alla giornata formativa, mentre l'altro stagista ha dovuto sganciare la quota prevista.
Inutile dire che mi sono lungamente arrovellata anche sul "Perché a me non ha chiesto di pagare?". Anche in questo caso avrei dovuto dare retta al caro Rasoio di Occam. Emma, sveglia! Ti vuole vedere come mamma ti ha fatta!
Ero arrivata con la ferma intenzione di tastare il terreno al meglio e per farlo mi serviva un'occasione per rimanere sola con lui. Non potendo sfacciatamente proporgli un'uscita e non riuscendo a imbrigliare l'ormone scalpitante fino all'inizio dello stage, mi sono affidata a un classico intramontabile.
Dopo averlo tirato fuori dall'aula con la scusa di fare qualche domanda sulla burocrazia pre-stage, ho magistralmente infilato nel discorso la questione "esami universitari" e la conseguente richiesta "Visto che avrò un esame che verterà anche sugli argomenti di cui tu ti occupi per lavoro, non è che avresti tempo e voglia di darmi delle ripetizioni?". Sono riuscita a dire tutto senza impappinarmi, arrossire, sudare copiosamente o lasciarmi sfuggire allusioni sessuali più o meno vaghe. E sappiate che non è così facile stare lontani dai doppi sensi se per lavoro devi maneggiare dei pennelli (Articolo 31 docent).
Oltre che dalla risposta affermativa i miei giovani ormoni sono stati solleticati dal suo invito a riaccompagnarmi a casa.
Colta alla sprovvista, sono diventata rigida come una lastra di marmo (e avevo perfino la stessa capacità dialettica). Ho passato il resto del pomeriggio a tremare come una foglia e farmi film mentali su come avrebbe ribaltato il sedile ed estratto le manette per punirmi come una galeotta indisciplinata.
Matura reazione da ventiseienne navigata.
Alla fine le cose non sono andate come speravo perché quello che doveva essere - almeno nella mia capoccia bionda - un erotico preludio a una focosa sessione di sesso sotto la neve, si è invece trasformato in un normalissimo e tranquillo viaggio in macchina a causa del collega che ha sentito del passaggio e ha deciso di approfittarne.

Tra il seminario e le ripetizioni sono passate circa un paio di settimane e svariate mail allusive.
Ormai ero quasi certa del suo interesse, anche se ancora non mi erano chiari i dettagli sulla sua situazione sentimentale e io continuavo a portare avanti la bugia sulla rottura con Charles.
Tra una spiegazione sulla BPA e una sull'antropologia forense siamo non so come finiti a parlare di spanking play. Paddles dai diversi rivestimenti, frustini, corde e nastri per la costrizione sono stati i nostri argomenti davanti a un piatto di spaghetti di riso e l'argomento è proseguito anche a davanti alle mie slides sui diversi tipi di schizzi di sangue.
"Dopo ti interrogo e se non risponderai in modo corretto, ti farò sdraiare sulle mie ginocchia e ti sculaccerò".
La sua affermazione mi ha colpita come uno schiocco di frusta. Appunto.
Ho sentito un brivido attraversarmi il corpo e le mani mi sono diventate improvvisamente sudate. Il cuore mi batteva forte e a fior di labbra stava per scapparmi una risposta allusiva. Nonostante il mio impegno, non sono riuscita a trattenerla.
"E se poi mi piacesse? Diventerebbe un premio, non una punizione".

La mia balbettante audacia deve aver smosso qualcosa nel suo animo... o nelle sue mutande... sì, probabilmente nello sue mutande.
Trascorsa una settimana mi trovo nella casella di posta una sua mail con la bozza di un'interessante proposta lavorativa e il conclusivo invito ad approfondire la cosa durante un aperitivo.
Con un laconico "Ci sta un aperitivo. Dimmi dove e a che ora" da donna navigata avevo inconsapevolmente dato il via a un gioco del quale ancora sfuggono le regole tanto a me quanto a lui.

giovedì 21 marzo 2013

Spring is in the air

Finalmente è arrivata la mia stagione preferita.
Benvenuta, primavera!
 
La primavera è nell'aria
 
In realtà il mio primo giorno di primavera non è iniziato nel migliore dei modi.
Il sole splendeva in mezzo a un cielo terso. Gli uccellini volavano e cinguettavano con gaudio. I boccioli finalmente si mostravano in tutta la loro bellezza, finalmente liberi dal manto nevoso.
E io mi nascondevo la testa fra le ginocchia aspettando che l'infermiera si palesasse per farmi il temutissimo esame del sangue. Ebbene sì, posso coccolare un ghepardo, viaggiare da sola per il mondo, farmi togliere carie ostiche e profonde senza ricorrere all'anestesia... ma frigno come una bambina quando mi mettono il laccio emostatico intorno al braccio.
Grazie alla mia vicina di casa riesco almeno ad avere un trattamento privilegiato.
Sono stata fatta accomodare in uno studio, con un bel lettino tutto per me. L'infermiera, scelta appositamente per il suo tocco leggero e i modi gentili, mi ha spruzzato della lidocaina per anestetizzare la parte e ha preparato l'ago a farfallina.
Contate che avevo con me anche brioches, un paio di succhi di frutta e un fumetto. Il mio ritorno alla prima elementare poteva dirsi perfetto.
Piagnucolavo sommessamente e tremavo come un vibratore (con un amico sto parlando di vibratori e con un'amica sto disquisendo di pompini. Perdonatemi ma non mi viene in mente un'analogia più poetica). Per rompere un po' la tensione l'infermiera mi ha anche fatto il simpaticissimo scherzone "Mi spiace ma devo bucarti di nuovo. Tremavi un po' e l'ago è uscito".
Nella mia testa già prefiguravo uno scenario apocalittico fatto di vomito e svenimenti, non necessariamente in momenti differenti, oppure una fuga verso la libertà con ancora il laccio emostatico addosso.
"Ma no, abbiamo finito!".

Per festeggiare ho fatto tripla colazione.
Con lo stomaco pieno e il cerotto strappato... è iniziata la mia primavera. E non mi importa se il meteo dice che anche domenica nevicherà, per me è ufficialmente primavera.

Haru
 
 Sto anche pensando di farmi tatuare l'ideogramma giapponese della primavera (Haru - 春). Devo solo trovare il punto più adatto.
Un paio di settimane fa sono andata da The Guard per fare un paio di prove (foto sopra) e un tuffo nel passato a suon di sesso clandestino sul lettino da tatuatore. Che dire, quel ragazzo mi dà sempre forti emozioni.